Aggiornamenti Sociali, ottobre 1959, pp.517-520.
Sta per aprirsi a Firenze il settimo congresso della Democrazia cristiana. L'opinione pubblica cattolica è in attesa. Sono in attesa i vari gruppi di pressione che operano nel campo politico: attesa non inerte però, perché la Democrazia cristiana è il partito guida della politica nazionale e un mutamento dei suoi orientamenti può modificare in modo sensibile l'attuale equilibrio di forze da i gruppi contrapposti. L'agitarsi delle tendenze all'interno e all'esterno della Democrazia cristiana, così rinvigorito per la stessa posizione di privilegio che il partito occupa nello schieramento politico italiano, e, per di più, sottolineato con la solita ricerca del sensazionale dalla stampa di ogni ispirazione politica, non manca di creare un certo disagio in quanti, estranei alla lotta politica, non hanno nessuna familiarità con «ballons d'essai», colpi di scena studiatamente provocati, informazioni tendenziose, polemiche violente e altre cose del genere, e, nella loro sanità morale, preferirebbero senz' altro, anche in simili occasioni, il linguaggio evangelico del « si, sì - no, no ».
Presa così nel suo insieme, questa reazione dei semplici ci ispira una profonda simpatia. Ein realtà tale è pure il linguaggio che anche noi preferiremmo, in ogni occasione, almeno per l' uomo politico cristiano, specialmente quando egli ha da fare con amici che condividono la stessa sua fede. Ma esaminando le cose più da vicino, scorgeremmo forse che quella reazione non sempre procede da un sentimento approvabile. Buona quando rispecchia l'insofferenza per tante beghe personali, piccoli stratagemmi machiavellici per conquistare o conservare certe posizioni, spirito di setta disgregatore dell'unione degli animi e simili miserie di cui il mondo politico è guasto; non è invece da lodare quando manifesta una incapacità di comprendere l'esigenza di un dibattito politico serrato, una preferenza di sapore qualunquistico per le mozioni unitarie, o il desiderio di unire ogni cosa in un malinteso «vogliamoci bene ».
In questa vigilia congressuale non sembra infatti né utile né giusto chiedere agli esponenti politici del mondo cattolico di evitare la discussione ampia e profonda dei temi politici reali e l'espressione, anche accesa, di opinioni diverse. Né questo deve meravigliare se si considera la natura propria della Democrazia Cristiana di oggi, partito chiamato a convogliare il voto dell'intero elettorato cattolico italiano, che, unitario nella volontà di difendere una determinata concezione del mondo e della società umana nella moderna configurazione pluralistica dello Stato, per la varietà della sua struttura sociale, lo è meno nel particolare interesse politico. Giova piuttosto richiamare alcuni punti fermi, che, al di là di quelle discussioni, di cui, del resto, non essendo noi dei politici militanti, non possiamo per ora che attendere l'esito, ci sembrano rivestire una validità universale per l'uomo politico cristiano, anche se possono riflettere esigenze di attualità.
E innanzi tutto, per iniziare proprio da quelle discussioni a cui abbiamo ora accennato, gli uomini politici cristiani dovrebbero assolutamente evitare anche soltanto di apparire, all'interno del partito, i portavoce di interessi, di forze, o di ideologie che nulla hanno da spartire né col cristianesimo né con gli interessi dell' elettorato cristiano. E tali sono certamente quegli interessi, quelle forze e quelle ideologie che variamente si richiamano al pensiero marxista. Ma il pericolo esiste anche nell'opposta direzione: non vorremmo anzi che l'attenuarsi, per ovvie ragioni, della polemica cattolica contro gli altri avversari e una loro continuata collaborazione od appoggio sul piano governativo ingenerassero confusioni e commistioni ideologiche e pratiche che sarebbero un giorno amaramente scontate. Consapevoli della loro funzione antimarxisti, gli uomini politici cristiani devono tuttavia evitare di farsi complici o anche solo di sembrare di dare l'avallo agli errori dell'individualismo liberale, sia pure corretto di quelli più manifesti e intollerabili, o di cedere alla tentazione della retorica nazionalistica, o di temere la piena realizzazione della democrazia quale è prevista dalle norme costituzionali.
La preoccupazione di fissare in modo autonomo la linea del partito al fine di preservarne la compattezza e l'unità non deve tuttavia riflettersi in un assolutismo integralista sul piano parlamentare, quando il necessario rispetto al metodo democratico domandi di sollecitare la collaborazione governativa di altri partiti di ispirazione non cristiana, ma di sicura lealtà democratica. La restrizione è necessaria perché la coerenza nella scelta democratica, fatta coscientemente dai principali esponenti politici dei cattolici italiani al momento della caduta del fascismo e poi, solennemente, nell'atto dell'approvazione della Costituzione del 1947, impone certamente dei limiti al possibilismo nell'ambito parlamentare, pena il generare nella pubblica opinione confusioni o malintesi assai pericolosi.
E qui è utile anzi precisare che, se la Chiesa nel suo magistero universale ammette la legittimità di regimi anche non democratici, purché rispettosi delle leggi stabilite da Dio per l'uomo e per le società umane, non per questo a un uomo politico cattolico, che, oggi in Italia, militi in un partito democratico quale la Democrazia cristiana, sarebbe lecito estendere il suo possibilismo fino ad essere indifferente al mantenimento della democrazia nel nostro paese. Esiste infatti una coerenza politica alla quale un esponente cattolico non può rinunciare, coerenza, non solo con le scelte fatte nell'ultimo dopoguerra, ma anche con la tradizione e l'esperienza di molto antecedente dei cattolici, che, in Italia e fuori, specialmente nell'ultimo secolo, si sono occupati, sotto vari rispetti, dei problemi sociali e politici.
Non farsi portavoce nel partito di interessi e forze estranee al mondo cristiano, accettare lealmente il metodo democratico nel partito e nel parlamento, pur nel pluralismo delle attuali ideologie operanti sul piano politico. Dopo ciò c'è ancora qualche cosa di più importante, di più fondamentale e forse di più difficile da richiedere agli uomini politici cristiani; e sembrerebbe quasi ovvio: conformarsi nella propria azione politica alle esigenze della morale cristiana. L'uomo politico cristiano, in ogni paese, in ogni circostanza politica, militi o no in un partito di chiara ispirazione cristiana, ha una testimonianza da dare, nella sua lotta politica, di fedeltà a una norma morale precisa, esigente nei suoi ideali di perfezione. La professione di fede pone dei limiti anche all'agire politico. L'uomo politico cristiano sa infatti che, al di sopra di ogni interesse particolare di individui e di gruppi, esiste un interesse prevalente di Dio, che coincide con la difesa della verità, della giustizia, del vero bene comune Se cederà alla menzogna, all'ingiustizia, alla parzialità, ai piccoli calcoli machiavellici, non difenderà la cattolicità cristiana: l'offenderà piuttosto, anche se lo facesse al fine di difendere interessi, sia pure importanti, di persone credenti.
Gli interessi di Dio non si procurano mai con mezzi che la morale cristiana qualifica disonesti,
né per un credente quei mezzi - anche se sono comunemente usati da quanti, nell’esercizio delle loro attività, non hanno speciali preoccupazioni di ordine morale - potranno mai procurare i veri interessi della Chiesa o del popolo. L'efficacia di simili mezzi è anzi, per chi abbia un briciolo di fede, pura illusione. Così, per esempio, la morale cristiana dichiara inefficace, perché disonesta, l'informazione tendenziosa e più ancora la calunnia, sia essa lanciata subdolamente contro il compagno di partito o apertamente contro l'avversario più indegno. Lo stesso si deve dire del tentativo di corruzione per ottenere un voto, magari necessario, di appartenenti a partiti avversari; delle discriminazioni fondate unicamente sui legami di gruppo; di certe forme di finanziamento, cui purtroppo indulgono comunemente correnti e partiti politici, quando hanno la possibilità di controllare pienamente certi settori della vita nazionale.
Se la vita politica italiana non dovesse consentire all'uomo politico cristiano di rimanere fedele ad alcune così elementari norme morali, non resterebbe logicamente che negare ai credenti la facoltà di parteciparvi. Né tanto meno si deve considerare il potere come un assoluto da mantenere a ogni costo, perché per un cristiano è certamente preferibile perderlo piuttosto che offuscare, conservandolo, la propria integrità morale. La vittoria cristiana è riservata a chi, per obbedire alla propria fede, ha il coraggio eventualmente di perdere.